E' passato qualche giorno - neppure troppi ad essere onesti - dall'uscita de Il tempo necessario e posso mettermi a scriverne senza correre il rischio di inciampare nei soliti ostacoli, nell'ordine euforia eccessiva, depressione post-parto (altrui) e sciatteria dilagante che rovina inesorabilmente una recensione.Se dovessi elencare i dischi che ho più apprezzato quest anno probabilmente il nuovo album di Mirko raggiungerebbe la Top 5, anche se i miei gusti musicali sono quantomai ondivaghi e potrei citarvi Slaughterhouse (in parte), Strong Arm Steady (tutto), Jay-Z (ma più che altro il live al MSG), come anche qualcosa dei Brick, Minnie Riperton, i Floaters o uno dei troppi dischi che ho ascoltato negli ultimi dodici mesi e spiccioli.
Periodicamente nell'hip hop si affaccia una nuova realtà che promette decisamente bene, a livello di crew, di collettivo o anche di singole personalità e parlare di Kiave - meglio, parlare di QUESTO Kiave - senza parlare di Blue-Nox, vuol dire credere ancora che il contesto non influisca sulla crescita individuale.
Devo ammettere di non essere stato il più grande fan di 7 Respiri, anche se certi pezzi erano indubbiamente validi, ma sono sempre stato un fan di Kiave, il che forse, una volta tanto, porta la mia attenzione più sul livello narrativo che su quello musicale.
Questo mi porta a considerare almeno due aspetti di questo Il tempo necessario: le liriche, sicuramente di alto livello, di cui mi permetto di criticare solo alcuni tecnicismi spinti oltre la comune capacità di comprensione e i beat, che mostrano un'evoluzione marcata, anche se nel solco dello stile a cui ci aveva abituato.
Prima di tutto i nomi. Macro Marco, Turi, Impro, Fid Mella, Mainloop, Lugi (!!), Brenk e Dj Argento, artisti i cui beat, sommati al buon gusto di Kiave e a una certa propensione all'hardcore, questa volta mitigata da scelte davvero molto varie, vanno a formare un album solido e godibilissimo, con davvero poco da skippare e con produzioni che riescono a suonare classiche, pur nella loro modernità e a riattualizzare ciò che si dava per utilizzato. (nda Mi riferisco qui al sample di Il ritorno del microfono in fiamme, lo stesso di La testa gira dei Club Dogo, pezzo in cui Macro Marco ci dimostra che il crate digging estremo è una palla colossale, ovviamente se sai manipolare ciò che è gia edito con la sua stessa abilità.)
Sul fronte featuring nulla di nuovo. I nomi coinvolti sono quelli che tutti si aspettavano, ovvero i compagni di Blue Nox, Ghemon, Mecna, Hyst e Negrè, i compagni di una vita per l'immancabile nuova puntata della saga C.S., giunta oramai alla 7ima edizione e Clementino, Danko e Jumbo (non vorrei sbagliarmi ma anche nei dischi precedenti erano ben presenti).
A questi si aggiungono sorprese gradite, rappresentate da Mama Marjas e Patrick Benifei, sempre più nel mio personale olimpo dei ritornellisti hip-hop (termine di fresco conio).
Mi sarei aspettato anche Martina May, ma l'onniscenza non è ancora tra le mie doti e quindi no, non c'è.
Data la mia momentanea predilezione per il disco di cui sopra mi mantengo volutamente generico nel recensirlo.
Sforzandomi di voler dare un'opinione sulle tracce migliori dell'album non posso non citare Deja-vu (Corrado, vogliamo parlare di quanto è figo quel ritornello?) e Redenzione, ma tra venti minuti potrei avere cambiato idea di nuovo.
N.B. mi sono risparmiato battute sul fatto che per tirare fuori questo disco un po' di tempo era veramente necessario, ringraziatemi.
N.B. II ma questa copertina che mi cita Jay-Z?






























